
Nel mio tragitto casa-lavoro c’è un unico tratto che detesto veramente fare con la mia bici: trattasi della scalinata che, dall’argine del Tevere mi riporta sulla strada, all’altezza di Ponte Umberto I, detto anche Ponte Bucio di c... Per tre lunghissime rampe da 22 gradini l’una, devo infatti trascinare la mia bici su una canalina che, oltre ad essere assai ripida, funge anche spesso da orinatoio per venditori ambulanti e passanti vari.
Con l’esperienza ho messo a punto per quella scalinata un tipo di respirazione apposita che alterna veloci inspiri con la testa volta verso il lato del parapetto (la canalina è posizionata dal lato della scalinata verso la strada) seguiti da lunghi momenti di apnea e da espirazioni rapidissime (Ho praticamente scoperto il Pranayama grazie alla suddetta scalinata…).
Oggi, per la seconda volta nella mia vita da quando mi ritrovo a fare quel percorso, ho avuto la sorpresa di vedermi rivolgere alle spalle un’insperata proposta: “Pozzo aiutaRe?”. L’intrepido benefattore era un ragazzino di una ventina d’anni con evidente accento teutonico che, accompagnato dai miei eterni ringraziamenti, si è trascinato la mia bici fin sulla strada e mi ha poi salutato con un sorriso che nulla aveva a che vedere con quello dei nostrani piacioni.
E’ la seconda volta che mi capita, dicevo. La prima è stata ad opera di un altro ragazzo che faceva jogging sempre lungo la banchina del Tevere e che, molto virilmente, ha bistrattato la lurida canalina caricandosi la bici in spalla mentre la sottoscritta gli correva dietro con il timore che la scalinata si concludesse con la fuga del prode runner in sella alla mia bici. Anche in quel caso era un ragazzo straniero.
Ecco: ora vorrei credere nella casualità di tale constatazione, ma io non credo nel caso. Credo al principio di causa-effetto e mi tocca constatare che in genere, quanto al porre cause positive per gli altri, per la collettività, nel vivere una città come Roma, siamo generalmente un po’ carenti. Anche semplicemente il fermarsi con la macchina per far passare un pedone sulle strisce pedonali o l’alzarsi dal sedile dell’autobus per far sedere un anziano, sono gesti che, ho l’impressione, vengono generalmente vissuti come delle “privazioni”.
Io credo che invece il principio sia semplice: il “bene collettivo” è un grande contenitore nel quale tutti possiamo prendere e dare qualcosa. E quanto diamo è sempre direttamente proporzionale a quello che raccogliamo: la relazione è praticamente scientifica quando anche lo spirito è quello dell’interesse collettivo e non personale. Solo che… Non è facile da capire finché non si prova!
Se un giorno mi capiterà di andare a dormire senza provare gratitudine per qualcuno, saprò che sto sbagliando qualcosa. E sarò certa di non incontrare nessun porta biciclette.
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