mercoledì 27 aprile 2011

La Rivoluzione passa anche per una due ruote


Ho partecipato recentemente a due belle manifestazioni che si sono svolte qui a Roma: la prima per promuovere i referendum contro il nucleare, il legittimo impedimento e per l’acqua pubblica; la seconda contro il precariato. Il piacere del manifestare per temi che mi stanno estremamente a cuore è stato almeno raddoppiato dal fatto che a partecipare c’erano decine e decine di partecipanti… in bicicletta! Nel primo caso, visti i temi, la partecipazione di ciclisti poteva essere abbastanza prevedibile, nel secondo già meno… Eppure, anche in questo caso, erano davvero in tanti che arrivavano pedalando in sella o che si trascinavano accanto la loro fedele due ruote.

L’impressione che ho ricevuto è che tante di quelle bici non fossero lì solo per una questione di comodità (trascinarsi accanto una bici per chilometri non è propriamente comodo…) ma proprio per essere mostrate, ostentate quasi, simbolo di una manifestazione più o meno privata all’interno di un’altra manifestazione.

Una rivoluzione, che sia all’interno di un paese o all’interno di un singolo individuo, può partire da una piccola scintilla, ma trascina con sé molte altre rivoluzioni, talvolta inimmaginabili. Sforzarci per cambiare quel singolo aspetto, portare un nuovo e diverso elemento nel nostro ambiente provoca, inevitabilmente una reazione dall’esterno ed altri cambiamenti. Tutto ciò può anche spaventare (io cercavo questo, lo sto ancora cercando e invece è cambiato quest’altro!) oppure può essere accolto, abbracciato, con la coscienza che tutto ciò che arriva da fuori non è che un riflesso di ciò che abbiamo dentro e delle cause che abbiamo posto.

Mi sto dilungando; io credo che siamo in tempo di rivoluzioni: diventare persone sempre più attente nei confronti dell’altro, dell’ambiente o della situazione politica e sociale del proprio paese non è qualcosa alla quale ci si sveglia per comparti stagni. La responsabilità è qualcosa di contagioso, in primo luogo nei confronti di sé stessi. Poi ciascuno, nel piccolo, combatte la propria battaglia. Questa è la mia, senza dubbio.

martedì 19 aprile 2011

Incontri, per caso


Nel mio tragitto casa-lavoro c’è un unico tratto che detesto veramente fare con la mia bici: trattasi della scalinata che, dall’argine del Tevere mi riporta sulla strada, all’altezza di Ponte Umberto I, detto anche Ponte Bucio di c... Per tre lunghissime rampe da 22 gradini l’una, devo infatti trascinare la mia bici su una canalina che, oltre ad essere assai ripida, funge anche spesso da orinatoio per venditori ambulanti e passanti vari.

Con l’esperienza ho messo a punto per quella scalinata un tipo di respirazione apposita che alterna veloci inspiri con la testa volta verso il lato del parapetto (la canalina è posizionata dal lato della scalinata verso la strada) seguiti da lunghi momenti di apnea e da espirazioni rapidissime (Ho praticamente scoperto il Pranayama grazie alla suddetta scalinata…).

Oggi, per la seconda volta nella mia vita da quando mi ritrovo a fare quel percorso, ho avuto la sorpresa di vedermi rivolgere alle spalle un’insperata proposta: “Pozzo aiutaRe?”. L’intrepido benefattore era un ragazzino di una ventina d’anni con evidente accento teutonico che, accompagnato dai miei eterni ringraziamenti, si è trascinato la mia bici fin sulla strada e mi ha poi salutato con un sorriso che nulla aveva a che vedere con quello dei nostrani piacioni.

E’ la seconda volta che mi capita, dicevo. La prima è stata ad opera di un altro ragazzo che faceva jogging sempre lungo la banchina del Tevere e che, molto virilmente, ha bistrattato la lurida canalina caricandosi la bici in spalla mentre la sottoscritta gli correva dietro con il timore che la scalinata si concludesse con la fuga del prode runner in sella alla mia bici. Anche in quel caso era un ragazzo straniero.

Ecco: ora vorrei credere nella casualità di tale constatazione, ma io non credo nel caso. Credo al principio di causa-effetto e mi tocca constatare che in genere, quanto al porre cause positive per gli altri, per la collettività, nel vivere una città come Roma, siamo generalmente un po’ carenti. Anche semplicemente il fermarsi con la macchina per far passare un pedone sulle strisce pedonali o l’alzarsi dal sedile dell’autobus per far sedere un anziano, sono gesti che, ho l’impressione, vengono generalmente vissuti come delle “privazioni”.

Io credo che invece il principio sia semplice: il “bene collettivo” è un grande contenitore nel quale tutti possiamo prendere e dare qualcosa. E quanto diamo è sempre direttamente proporzionale a quello che raccogliamo: la relazione è praticamente scientifica quando anche lo spirito è quello dell’interesse collettivo e non personale. Solo che… Non è facile da capire finché non si prova!

Se un giorno mi capiterà di andare a dormire senza provare gratitudine per qualcuno, saprò che sto sbagliando qualcosa. E sarò certa di non incontrare nessun porta biciclette.