venerdì 6 maggio 2011

R. come Roccia

Io ne sono convinta: il mondo è pieno di persone apparentemente normali, che si aggirano discrete fra di noi, ma che in realtà sotto i vestiti nascondo un mantello da supereroe. La bellezza di questi rari individui è data, io credo, non tanto dalla loro eccezionale capacità di superare qualunque incredibile ostacolo, quanto dal loro saper vivere sempre, nonostante tutto, in maniera completa, felice, assolutamente divertente.

R. si muove nella vita con l’ironia e la sfacciataggine di chi di prove ne ha superate tante davvero. A 83 anni si sposta per mezza Roma saltando da un autobus all’altro: dalla periferia di Roma nord al centro tutti i giorni (“Se mi fermi mi ammazzi!”, dice lei) per raggiungere i posti dove ancora oggi lavora (infermiera, segretaria, domestica, babysitter, cameriera, addetta alle pulizie… tutt’ora è inarrestabile). Ovunque lei si trovi, la sua presenza vulcanica, allegra e chiassosa, non può far a meno di contagiare qualsiasi ambiente. A qualcuno può risultare fastidiosa; i più se la guardano con un sorriso beato spalmato sul volto: tanta energia non passa mai inosservata.

Oggi R. mi è venuta a trovare durante la pausa pranzo. Ha subito attratto l’attenzione del locale del centro dove siamo andate a mangiare, con la caduta del vassoio che le avevo appena preparato per il self-service:

- Non si preoccupi signora! - l’aiuta un cameriere premuroso;
- Ah no, io non mi preoccupo! -.

Per tutti è una distrazione che capita; per lei praticamente un marchio di fabbrica. In cinque minuti ha già scambiato battute con tutti i camerieri e attratto i sorrisi di tutto il locale.

La mia ora di pausa pranzo vola e diventa ora e mezza: resto incantata dalla sua consueta, disarmante sincerità; dai racconti di una vita in cui anche il dolore, la fame, la solitudine e la fatica non fanno nessuna paura perché tanto lei ha sempre - e questo lo dice sempre con un certo orgoglio – fatto tutto da sola.

L’accompagno alla fermata del 63: corre, si perde la giacca, salta sull’autobus, mi saluta e mi manda baci come fossimo all’aeroporto intercontinentale. Dopo un minuto d’orologio mi richiama al cellulare perché ha ancora altro dirmi e altri baci da mandarmi.

Io, mentre la guardo andar via, me la vedo con l’immagine che mi hanno appena lasciato i suoi racconti: in sella alla sua bici, mentre, tanti anni fa, da Vicenza andava a Verona a studiare da infermiera.

-Tutti i giorni?!-
- Ah sì, tutti i giorni! Sono 50 chilometri.- Come dire: -Figurati se non si può fare anche questo!-

Penso ai miei 6 chilometri quotidiani (andata e ritorno!) e a quante pedalate ho ancora da fare prima di capire qualcosa di più di questo lungo, meraviglioso pasticcio.